"A che punto è la notte?" scrivevano Fruttero e Lucentini. Questa è la domanda che mi è venuta in mente leggendo l'articolo che riporto nell'immagine: si tratta di un contributo di una Psichiatra ed è tratto dall' "Unione Sarda" del 6 Agosto 2019. A me è sembrato provenire dal 1969 o dal 1919...

Come molte colleghe e colleghi avranno ormai intuito, durante la campagna elettorale per il rinnovo degli ordini regionali degli Psicologi, si discute molto! Si elaborano programmi e si da molta importanza alla parola innovazione (magari declinandola in inglese che fa, appunto...più innovativo!). Poi capita, in una chat in cui si discute d'identità e formazione, questo ritaglio di giornale che pubblico qui sotto; lo leggo e mi sembra di tornare a un frustrante punto di partenza. Alla faccia dell'innovazione con cui cerchiamo di presentarci!!

Provo a fare qualche considerazione dopo averlo letto e la condivido con voi.

articolo Boi

Lo avete letto? Procediamo allora!

Provo a suddividerlo per tematiche colorandolo in colori diversi

ROSSO: Si tratta di veri e propri attacchi frontali alla nostra professione. Riassumono più un pregiudizio che una presa d'atto di una posizione univoca realmente assunta dalla nostra categoria professionale e ha in sè un difetto di logica intrinseco: associa il diritto al riconoscimento professionale di noi psicologi e psicologhe alla volontà di "sostituire" la figura medica. La comparazione con il "geometra" semplifica al meglio questo errore: la cura della persona è considerato un edificio, una costruzione e come tale con vari livelli di responsabilità crescente...con al vertice la Scienza Medica. In questa concezione l'intera rete di relazioni in cui siamo immersi come corpo perde completamente dignità. Noi lottiamo per il riconoscimento del concetto di cura come fattore sociale, "ACCANTO", a fattori di tipo organico, NON "SOPRA" O "SOTTO". La "sostituzione" ai medici, qualora questo dibattito esistesse, non credo sia un dibattito utile.
MULTIDISCIPLINARIETA' e RETE sono le parole chiave che dovremmo avere come visione per il futuro della nostra professione.

BLU - Qui chiaramente l'autrice sta comparando le mele con le pere! Lo Psichiatra è un medico con specializzazione (11 anni di percorso di formazione, certamente); ma lo psicologo con specializzazione esiste e si chiama Psicoterapeuta. CINQUE anni di laurea, UN intero anno di TIROCINIO sul campo, ESAME DI STATO, QUATTRO ANNI di scuola di specializzazione con altre centinaia di ore di TERAPIA PERSONALE e, ancora, altre centinaia di ore di TIROCINIO sul campo. A quanto siamo arrivati? 10 - 11 anni lo stesso? Ma, al di là di ridicole comparazioni numeriche, si tratta di una formazione PERFETTAMENTE in grado, in scienza e coscienza, di formare (tra le altre cose) competenze in diagnostica clinica (che l'autrice ci rimprovera di non possedere) e direzione di personale!

VIOLA - Qui abbiamo la nota più dolente che deve farci riflettere attentamente. Nella percezione di chi ha scritto l'articolo, le richieste di riconoscimento della nostra professione non sono all'interno di una dialettica in cui proponiamo una visione diversa del concetto di CURA. Non ci viene riconosciuto l'"onore delle armi" in questo senso; non siamo all'interno di un confronto in cui due visioni culturalmente differenti si misurano. No! Per l'autrice dell'articolo la nostra è una mera richiesta utilitaristica, economica, avida da questo punto di vista: "dato che non c'è lavoro, lo psicologo si arroga il diritto di voler sostituire il medico, non curante dei danni derivanti ai pazienti". E' un accusa tremenda che ci viene rivolta e peraltro assolutamente infondata. Resta il dato, quello sì veritiero, dei problemi occupazionali e sta a noi fare in modo che le nostre battaglie diffondano un'idea alternativa di società e che non siano solo rivendicazioni occupazionali. Benessere sociale e benessere individuale sono ineluttabilmente legati e in un'ottica di promozione del benessere, l'occupazione, per le figure che se ne occupano, arriverà inesorabilmente; a patto che la politica professionale sia fatta con autorevolezza e competenza nell'aprire scenari di lavoro a stretto contatto con il territorio.

VERDE - Si tratta della sintesi dell'intero scritto e mostra con estrema chiarezza qual'è il punto in oggetto e cosa preme davvero alla Psichiatra autrice dell'articolo: c'è un gap tra le due figure, non una differenza, badate bene, un gap! Chi NON ha accesso alla prescrizione e somministrazione di farmaci è carente in qualcosa, ha un gap per l'appunto. In questa visione il farmaco, il TSO sono l'apice dell'intervento di cura!
Ma perchè quello che dovrebbe essere considerato solo un aspetto emergenziale (come il TSO ad esempio) e al limite parallelo al percorso di cura nel suo insieme, assume connotati talmente potenti da farne discendere un "diritto naturale" dello psichiatra al comando? E' presto detto! L'autrice dell'articolo è onesta, nel suo contributo, e molto chiara e lucida ed esprime nel prossimo pezzo che esamineremo una visione della società, e della cura, che avrebbe fatto sorridere sornione Foucault con un bel "VE LO DICEVO IO!!" (clicca qui per approfondire questo aspetto)

GIALLO - Si tratta della SICUREZZA (più percepita che reale stando a recenti ricerche)! Il bisogno della sicurezza, il bisogno di (anche solamente) percepirla. La percezione che si abbia bisogno SEMPRE di un pulsante d'arresto all'APOCALISSE imminente! Il grande Ernesto De Martino lo spiegherebbe meglio di me (come si può trovare qui nei suoi numerosi contributi). E se vedo il paziente come "portatore sano" di apocalisse, di reato, di violenza diventa ovvio come la sedazione farmacologica o la costrizione diventino strumenti indispensabili e chi li porta in dote un capo per "diritto naturale". A mio avviso, in quest'ottica, nell'ottica dell'autrice dell'articolo, il "danno alla salute psico-sociale" è esclusivamente considerato in funzione alla percezione di sicurezza e la cura (perlomeno nei pazienti gravi) può avvenire solo se in luogo chiuso o controllato! Mi sento di dissentire, ovviamente, con forza! Con questa visione non si da importanza alle relazioni, all'ambiente e a tanto altro che è patrimonio del movimento da Basaglia in poi.
Pare che Maslow pronunciò la celebre frase "Se l'unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo". Parafrasando potremmo dire: "se hai in mano strumenti di controllo e repressione attorno a te vedrai solo violenza"!

E dunque, "A che punto è la notte?".
A che punto è il riconoscimento della nostra professionalità e della sua importanza?
Notte fonda se rimaniamo fermi a leggere l'articolo che vi ho proposto, che però, per fortuna non è una posizione maggioritaria all'interno di molti dibattiti multidisciplinari con le altre professioni di cura. Tuttavia non possiamo rimanere fermi! Se la Politica Professionale ha un senso e se ha senso un'istituzione come L' "Ordine degli Psicologi", e per me la risposta è assolutamente SI; questo senso lo troveremo solo riuscendo a creare COMUNITA', CONFRONTO e DIBATTITO tra noi per poi tradurre tutto questo in AZIONE!

Come fare ciò? La proposta di "Progetto Psicologia, Società Identità e Professione" (clicca qui per conoscere meglio il progetto) con cui mi candido a queste elezioni sono puntuali e derivano dal lavoro e dal confronto, appunto, di centinaia di colleghi in tutta la Puglia. Il risultato di tutto questo movimento sarà una serie di AZIONI in cui il nostro Ordine potrà finalmente rappresentare quel luogo di sostegno, promozione e tutela di cui abbiamo bisogno. Tutela per noi e tutela per la società di cui facciamo parte, certamente! All'interno del programma, in cui noi candidati di Progetto Psicologia ci riconosciamo, è presente CHIARAMENTE un modello nuovo di approccio al benessere della persona, coerente con la trasformazione in corso della società e in linea con le richieste del mercato del lavoro. In questa direzione ci muoveremo verso un AMPLIAMENTO DEGLI AMBITI LAVORATIVI PER NOI PSICOLOGI E PSICOLOGHE. 

Mi premeva, come ultimo dato, restituire il fatto che alcune mie considerazioni partono appunto dal fatto di aver lavorato in contesti clinici difficili, di aver diretto alcune strutture (con altro tipo di utenza ma di certo con complessità non inferiori) e di aver lavorato in molti contesti considerati a "rischio" dalla politica e dai servizi. Non scrivo questo contributo sulla base di convinzioni maturate a tavolino sui libri (e peraltro sarebbe assolutamente legittimo farlo!) ma all'interno di un percorso professionale in cui teoria e prassi si intersecano.

Nella mia personale esperienza NON esistono trincee o guerre o apocalissi nel campo della cura. Esistono interventi difficili e strumenti per affrontarli, esiste passione e formazione.
DOVRANNO esistere organi di governo che sostengano e difendano la nostra professionalità! Abbiamo bisogno di essere al centro di un vasto cambio di paradigma in cui la CURA, la PROMOZIONE DEL BENESSERE, il sostegno alle RELAZIONI INTERPERSONALI e l'AMBIENTE esterno siano costantemente in CONNESSIONE!

FORZA!
VERSO UN NUOVO ORDINE DEGLI PSICOLOGI IN PUGLIA!

Piccolo consiglio di lettura (io ne sono rimasto affascinato) -> http://la-cura.it

...E VOI? CHE NE PENSATE?

 

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