Aracneide tra etnopsi e cultura

09 Luglio 2015
Pubblicato in Etnopsichiatria Etichettato sotto

Quest'anno, precisamente ad Agosto 2015 il festival "la Notte della Taranta" diventa maggiorenne. Si è giunti infatti alla XVIII edizione di questo appuntamento che da anni ormai anima con circa 150.000 persone la serata finale a Melpignano e con altre decine di migliaia di persone durante gli eventi minori.

La Notte della Taranta è ormai una poderosa macchina cultural-commerciale fulcro dell'Agosto Pugliese e Salentino in particolare, che come ogni evento articolato attinge da una tradizione e la rielabora in chiave contemporanea, monetizzando il più possibile, declinandola in chiave turistica. Lungi da questo contributo esprimere polemiche e critiche sulla gestione culturale dell'evento, si preme soprattutto recuperarne e tramandarne le radici storico-culturali a partire dal fenomeno delle tarantate e dei tarantati, con particolare attenzioni ai fattori sociologici e psicologici. Ci racconta lo studioso De Martino: "Scorgendo un capannello di gente davanti a un basso, localizzammo subito la casa da cui giungevano i suoni: affrettammo il passo, fummo davanti alla porta, ci facemmo largo tra la gente ricambiando con un ovvio sorriso i molti occhi in atto di chiedersi: chi fossero quei forestieri, e finalmente di punto in bianco, dal giorno alla notte, ci trovammo brutalmente sbalzati in un altro pianeta."

Continuando, occorre fare una breve premessa. Spesso si utilizzerà un termine in particolare: etnopsi. Questo termine è in questo contesto utilizzato senza alcuna distinzione, per comprendere le etichette di etnopsichiatria - etnopsicologia - etnopsicoterapia - etnoclinica. Ciascuno con particolari peculiarità, che non interessano questo lavoro, tali termini saranno utilizzati riassunti tutti in etnopsi. Per cominciare a delineare questi aspetti, ci viene subito in soccorso l'etnopsichiatra Piero Coppo: "Oggi è ormai assodata l'esistenza di un rapporto tra repentine trasformazioni culturali - brusche modernizzazioni di società tradizionali ecc. - e incremento della quantità e gravità delle forme psicopatologiche. E il contatto con altre culture costringe l'apparato psichiatrico a una continua revisione dei suoi strumenti, in particolare quelli nosografici ed epidemiologici. Per cercare risposte soddisfacenti a questi altri interrogativi, l'approccio comparativo continua essere fecondo. Fintantoché esisteranno gruppi umani che evolvono in ambiti diversi, esprimendo modi specifici di considerare salute, malattie e dispositivi di cura, chi si proponga davvero di chiarire le relazioni tra ambienti, culture e salute, deve ricorrervi, cercando ogni volta di superarne i limiti attraverso l'adozione di più idonee metodologie." Fin dal secolo precedente l'approccio etnopsi si caratterizzò come fondamentalmente e intrinsecamente multidisciplinare. Da qui la proliferazione delle terminologie per definirlo che qui, ho deciso di riassumere. Credo siano importanti queste precisazioni alla luce della reale portata che e tale orientamento porta nel lavoro clinico, psicologico e psicoterapeutico nella società odierna.


Un momento fondamentale, in Italia, dello studio dell'incontro con diverse culture e dei differenti contesti e significati di "salute" e "cura" proviene da un meraviglioso lavoro di Ernesto de Martino . Meraviglioso per due motivi, il primo motivo: De Martino, pur non essendosi mai definito un "Etnopsichiatra", ideò e diresse uno dei primi gruppi di lavoro multidisciplinare che valorizzò le culture subalterne italiane analizzando le dinamiche che si stabiliscono tra queste e le culture dominanti. Nel suo lavoro sul "tarantismo" teorizzò che il ricercatore dovesse sottoporre le proprie categorie interpretative al serrato confronto con quelle delle comunità studiate. Una via obbligata ma rischiosa come ci descrive Piero Coppo: "nacque così, ispirata a criteri interni al carattere della ricerca, la formula strutturale dell'équipe che stava per iniziare il lavoro sul campo: uno storico delle religioni come direttore di équipe e un gruppo di quattro giovani collaboratori rispettivamente addestrati in psichiatria, psicologia, etnomusicologia e antropologia culturale. Tale formula sembrò infatti come la più adatta alla prospettiva essenzialmente storico-religiosa dell'indagine, e alla necessità di controllare la validità di questa stessa prospettiva rispetto al fenomeno da analizzare: lo psichiatra, lo psicologo, l'etnomusicologo erano cioè chiamati a sorvegliare le interpretazioni dello storico, a mobilitare le proprie competenze tecniche per segnalare allo storico le istanze delle loro discipline, e al tempo stesso ad avvertire i limiti delle proprie 'spiegazioni' sotto lo stimolo delle istanze storico-religiose che venivano continuamente proposte."


Il secondo motivo che mi spinge a definire meraviglioso, il lavoro del ricercatore, fu l'ambiente geografico e sociale osservato: una terra riarsa e contadina, l'entroterra Pugliese. Pur provenendo, io, dalla costa della Puglia, riconosco pienamente come il lavoro di De Martino tocchi prepotentemente le mie radici, il mio presente e il mio futuro e lo ritengo un pezzo necessario del mio personale processo di riscoperta del mio background socio-culturale. Una necessità per ogni psicoterapeuta contemporaneo. Come spiega Coppo infatti: "Se ci apriamo davvero all'incontro con l'altro, allora c'è un momento in cui il nostro edificio culturale esce traumatizzato, il trauma è tanto maggiore quanto più rigidi sono i nostri sistemi di protezione, e quanto più la nostra identità individuale di gruppo è stata costruita sull'esclusione e su pregiudizi. La reazione istintiva al trauma è di difesa e di riduzione/distruzione dell'altro; ma se riusciamo a reggere e a disporci all'accoglimento, ne seguirà la meraviglia che destabilizza, lo 'spaesamento' che ci riposiziona rispetto alle nostre identità e appartenenze." Avviene quindi un senso di spaesamento quando il forestiero, l'alieno, il folle, qualcosa insomma che non abbiamo mai incontrato, si impone a noi per essere riconosciuto. Necessitiamo allora di grounding, utilizzando una terminologia gestaltica. Coppo suggerisce, a tal proposito, di esercitare "Radicalità" nell'incontro con l'altro; radicalità in una particolare declinazione: avere consapevolezza delle proprie radici e portarle nell'incontro con l'altro perché così, in una sorta di teoria paradossale del cambiamento sapremo tollerare senza impazzire, senza essere costretti a distruggere l'altro per ritrovare un assetto, anche regressivo, sopportabile. Forse, saremo persino pronti a un cambiamento che risulterà naturale e armonioso esteticamente.


Quale migliore possibilità allora, della raggiunta maggiore età della Notte della Taranta, per il mio e nostro personale piccolo esercizio di radicalità? E qual era quindi il fenomeno che spinse un gruppo di ricercatori a recarsi in questa terra? Si trattava dei trentacinque tarantati, e cioè tutti coloro i quali nell'estate del 1959, il 29 Giugno per l'esattezza , confluirono dai vari paesi del Salento alla cappella di San Paolo nella città di Galatina, per ringraziare il santo della guarigione ottenuta durante la cura domiciliare. Per loro, per le loro famiglie e per la gente che partecipò al loro processo di cura mediante il vibrante simbolismo della musica, della danza e dei colori era stato possibile praticare l'esorcismo della taranta. Il morso della taranta era da loro, per un verso, interpretato in senso realistico, come morso di un aracnide velenoso . E questo ormai da secoli! Tuttavia De Martino aveva una visione obliqua del fenomeno ed era incuriosito dal fatto che: "...per un altro verso i comportamenti connessi al tarantismo sembravano richiamarsi a scelte culturali definite, a simboli mitico-rituali. [...] le tarantate ricordavano menadi, baccanti, coribanti e quant'altro nel mondo antico partecipava a una vita religiosa percossa dall'orgiasmo e dalla 'mania'."


Per l'équipe si profilava una possibilità che considerasse il tarantismo come episodio del conflitto fra cristianesimo e paganesimo, nell'ambito della società e della vita culturale meridionale. Inoltre le crisi diventavano sensibilmente più frequenti con l'approssimarsi della festa dei SS. Pietro e Paolo e questa caratteristica del tarantismo, faceva pensare ad un condizionamento culturale, al rispetto di una tradizione, alla ripetizione stagionale di un rito, alla celebrazione calendariale di una cerimonia. De Martino ipotizzava allora che il fenomeno non fosse riducibile al morso del ragno, al latrodectismo, ma che non fosse indipendente da esso: "Occorreva tener presenti due possibilità, quella di un episodio iniziale di latrodectismo in cui successivamente si era innestato il simbolismo mitico - rituale del tarantismo, e quella (molto più frequente nel complesso dei casi) di un morso interamente simbolico, vissuti in occasione di situazioni ( lavori agricoli ecc.) in cui l'incontro con aracnidi velenosi apparteneva all'ordine delle memorie tradizionali del regime di esistenza contadino."
In ogni caso, l'esorcismo coreutico-musicale-cromatico rappresentava un vero e proprio dispositivo di cura: nella prospettiva dell'analisi culturale il tarantismo non si manifestava, infatti, come disordine psichico bensì come ordine simbolico culturalmente condizionato nel quale trovava soluzione una crisi nevrotica anch'essa culturalmente modellata. Il comportamento dell'avvelenata/o:  "Il latrodectismo ha offerto la materia esistenziale su cui è stato lavorato il comportamento simbolico dell'avvelenato: ciò significa che anche la minoranza esigua di colpiti dalla sindrome tossica riplasmava lo stato morboso nella tessitura del tarantismo e allora continuava ad essere 'tarantata' per tutta la vita, mentre la grande maggioranza inventava l'episodio del primo morso, magari nelle condizioni in cui esso era più probabile e più credibile, cioè durante raccolto: oppure non rispettava neppure questa condizione di probabilità e di credibilità, patendo la crisi in situazioni che non avevano nulla da vedere col raccolto, e che erano esse stesse simbolicamente orientate.
Il nesso fra tarantismo e stagione estiva va quindi valutato essenzialmente sul piano simbolico. [...] era in questa stagione che veniva deciso il destino dell'anno, si colmavano i granai e le celle vinarie, si pagavano i debiti: gli animi entravano in un'epoca di drammatica sospensione [...] l'epoca che, sul piano economico, significava la possibilità di pagare i debiti, sul piano simbolico si trasfigurava in un periodo in cui potevano essere pagati anche debiti esistenziali accumulati nel fondo dell'anima."

Certo, livelli di vera e propria alterazione psichica potevano certamente essere osservati nella cappella di San Paolo a Galatina, durante le celebrazioni del 29 giugno ma questo avveniva proprio perchè l'ordine del suo simbolismo mitico - rituale non poteva entrare in azione: a quel punto ormai ciò che restavano erano vestigia ancestrali del fenomeno dopo l'opera di disgregazione e conseguente sussunzione ad opera del Cattolicesimo. Il gruppo di lavoro di De Martino osservava che "le scene che vedevamo dall'alto della nostra tribuna ad audiendum Sacrum ci davano l'impressione delle pietruzze colorate di un caleidoscopio in frantumi, già atte a comporre figure geometriche ma ora non più: inerti abbandoni al suolo, agitazioni psicomotorie incontrollate, atteggiamenti di depressione ansiosa, scatti di furore aggressivo, e ancora archi isterici, lenti spostamenti strisciando sul dorso, abbozzi di passi di danza, tentativi di preghiere, di canti, conati di vomito. Tutto tornava di quanto già avevamo avuto occasione di osservare durante gli esorcismi domiciliari, ma senza nesso dinamico, senza ordine finalistico, come in un palazzo crollato in cui si ritrovano mescolate nelle macerie esattamente le stesse cose che arredavano le stanze quando il palazzo era ancora in piedi."

Tutto il materiale prodotto dallo studio dell'équipe di De Martino è materiale fertile per qualsiasi approfondimento di tipo etnopsi; tuttavia mi piacerebbe rilevare l'aspetto comunitario del dispositivo messo in atto nel profondo Salento per la guarigione dei/delle tarantati/tarantate. Che l'esorcismo avvenisse nei bassi dei centri storici o nella cappella di San Paolo o nei vicoli o nelle campagne, e sia che avvenisse con le modalità più ancestrali sia nelle modalità ormai residuali e mediate dalla religione Cattolica, l'elemento che restava fisso era l'assoluta partecipazione di tutta la comunità parentale e non solo. È interessante fare un parallelo con la sperimentazione del centro neuropsichiatrico di Dakar - Fann, in Senegal, dove Henri Collomb e il suo gruppo interdisciplinare istituì il "Penc" e così descriveva quell'esperienza: "Pénc è nella tradizione africana l''albero delle parole'; in ogni villaggio, la sua fitta ombra ospita incontri e decisioni comunitarie. Due volte la settimana, nel giardino alberato dell'ospedale si riunivano medici, infermieri, pazienti, familiari, guaritori e chiunque altro volesse esserci. Per lunghe ore, sorseggiando il tè, sgranocchiando arachidi o mangiando spiedini di carne, vi si discutevano i problemi dei pazienti, delle famiglie, dell'ospedale. [...] Per frenare l'afflusso di pazienti che venivano spesso da lontano e per evitare la separazione dall'ambiente della famiglia d'origine, all'ospedale furono affiancate strutture rurali."

Nella prospettiva gestaltica, anche in vari lavori sulla "contemporanea" sintomatologia dei cosiddetti attacchi di panico (è possibile trovare un approfondimento qui), l'importanza della comunità di riferimento, del focolare domestico, l'oikos, torna prepotentemente a dirci, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che spesso tra sofferenza individuale e collettiva il legame è ben saldo. Dall'altra parte dello spettro, rispetto a oikos, c'è polis: il luogo dei molti, della città, dell'apertura al mondo. Il passaggio cruciale da oikos a polis comporta infatti la profonda ristrutturazione delle proprie appartenenze, dei propri sfondi sicuri ed espone il soggetto alla solitudine e alla propria vulnerabilità. Parallelamente, l'esorcismo della taranta, che avveniva in una dimensione collettiva in cui non vi era stigma sociale, permetteva quindi di collocare il dispositivo di cura all'interno di una rete di relazioni sociali che non esponevano il soggetto alla paura di essere smascherati e quindi internati in una qualche struttura restrittiva e contenitiva con la conseguente tortura di dover dissimulare la propria sofferenza.


Nell'esorcismo della taranta, si verificavano due importanti elementi: riconciliazione e negoziazione. Entrambi sono costitutivi dell' Adorcismo (per leggerne di più cliccare qui), una pratica rituale in cui gli spiriti sono invitati a entrare nel corpo del soggetto allo scopo di diminuirne il senso identitario per meglio relazionarsi con l’altro da sé: la tarantata diviene taranta. L’individuazione del colore e della musica “giusti” altro non è che l’individuazione della precisa entità che possiede, e questo è passaggio indispensabile nel processo di riconciliazione. La sofferenza assume una fondamentale funzione per l'individuo in quest'ottica: offre la possibilità di crescita ed evoluzione personale.

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