The Walking Dead...tra zombie, cultura pop e allarme terrorismo

30 Novembre 2015
Pubblicato in Etnopsichiatria Etichettato sotto

"L'uomo salì in auto pieno di diffidenza, che si trasformò via via in una vera e propria angoscia territoriale, non appena dalla visuale del finestrino sparì alla vista il campanile del suo paese. Il campanile rappresentava per l'uomo il punto di riferimento del suo circoscritto spazio domestico, senza il quale egli si sentiva realmente spaesato. Quando lo riportarono indietro in fretta l'uomo stava penosamente sporto fuori dal finestrino, scrutando l'orizzonte per veder riapparire il campanile. Solo quando lo rivide, il suo viso finalmente si riappacificò." (Tratto da "La fine del mondo" di Ernesto De Martino)

Fumetti, film, libri...insomma, le rappresentazioni artistiche e culturali nel loro insieme in un preciso contesto storico di riferimento ci danno importanti elementi per comprendere quali sono i significati che stiamo dando a tematiche di un certo tipo e spesso, tramite queste rappresentazioni, riusciamo a cogliere con poche immagini delle sensazioni che richiederebbero molte parole e tanto fiato. Non saprei, per fare un esempio tra i più classici, come si potrebbe descrivere a parole l' "angoscia" meglio di quanto faccia l' "Urlo" di Munch (come puoi vedere qui) per immagini.
Non è poco avere questa possibilità, l'arte ci permette di fermarci a riflettere su cose che nella vita quotidiana non potremmo mai osservare, per enorme che sarebbe l'angoscia: nelle settimane scorse le notizie di morti e terrorismo hanno dato un bello scossone alla percezione di sicurezza di noi Europei soprattutto, facendoci accostare a un'apocalisse rapida quanto la perdita di un senso logico nel vedere ragazzi morire ad un concerto. Non saprei davvero quanto sia possibile fermarsi ad osservare con distacco queste immagini di morte provenienti da Parigi, Bamako, Kobane...e da tutti gli altri posti del mondo che stanno vivendo l'orrore. La mia proposta, qui, adesso è di provare a mettere da parte il "reale" (ammettendo che un' immagine di telegiornale o di un video dell'Is possa considerarsi "reale"; ma sarebbe davvero complesso soffermarsi su questo con questo piccolo contributo) e allora mettiamo da parte il reale. Proviamo a riflettere sull'artistico...proviamo a partire dall' "urlo" e non dall' "angoscia" di questa nostra contemporaneità spaesata nel non vedere più il suo campanile.

Ma a questo punto, quali sono le difese psicologiche che mettiamo in campo per proteggerci dall'angoscia di un orrore talmente forti da lasciarci spaesati e senza punti di riferimento? E qual è generalmente il percorso che facciamo per ritrovare i nuovi punti di riferimento di cui abbiamo bisogno per ricostruire un "senso" per la nostra vita?

1- Sicuramente il primo passo è quella della rabbia: lo stiamo vedendo in questi giorni, nelle tv, nei talk show, nelle chiacchiere in famiglia. La rabbia è fondamentale per definirci e ricomporci in un momento in cui ci siamo sentiti penetrati e attraversati dagli eventi. E' la prima e forse più tipica reazione per riappropriarci di una identità per sottrazione (e cioè "io sono IO in quanto diverso dall'altro") e per poterci collocare al posto giusto nella dualità bene-male; e se il bene è tutto da una parte dove potremmo, noi, collocarci se non totalmente dalla parte del bene?

2- Il secondo elemento fondamentale per attraversare l'apocalisse è quello dell'oikos (la famiglia, le radici, il focolare domestico). E' necessario ad un certo punto recuperare la propria identità (che non può essere solo per sottrazione a lungo) ed è questo il momento per riscoprire le proprie radici, il proprio terreno sicuro, le proprie relazioni importanti. In un famoso servizio di una televisione francese che intervistava un piccolo bimbo con il suo papà dopo gli attacchi di Parigi, tra le altre cose il bambino chiedeva: "cambieremo casa, vero Papà?" A dimostrarci come focolare domestico e sicurezza per la nostra incolumità siano concetti che vanno insieme e che fin da piccoli siamo portati a pensare che dove ci sia uno non possa mancare anche l'altro. L'intervista si snoda tra un batti e ribatti tra il padre e il bambino che pian piano sembra tranquillizarsi, quasi che possa dopo un po' ammettere con se stesso che possa esserci comunque serenità anche con il dolore e mostrandoci, padre e figlio una saldezza del loro oikos privato davvero notevole se si considera il fatto che un servizio giornalistico del genere sia stato perlomeno rischioso se non addirittura pornografico nel cercare di capire le paure più recondite di un bambino che non avendo l'esperienza sufficiente non può avere quei confini nel rispondere "no, scusa, a questo non ti rispondo!" come potrebbe fare un adulto. Per fortuna un bimbo curioso e un padre dignitoso, sincero e fiducioso del rapporto con suo figlio hanno disinnescato il pericolo.

3- Il terzo passo è l'idea di un futuro migliore per sè e per la propria specie: non è possibile affrontare il presente, pianificare, fantasticare, tramandare il passato, persino amare...se non c'è l'idea di star comunque procedendo verso un futuro migliore. L'idea che si sta intraprendendo un percorso del genere è estremamente terapeutico e non è un caso che tutti quei modi di organizzare pensiero e azioni che abbiano a che fare con la "promessa" di un futuro migliore siano, alternativamente, tra i capisaldi di tutte le società: Religione, Pensiero politico, Filosofia, Scienza...

4- La quotidianità e la necessità di ritualizzare anche il male rappresentano forse la sfida più importante e necessaria per una società chiamata a reagire all'orrore che ne ha minato le fondamenta. Con il termine rituale si intende ogni atto o insieme di atti, svolti in sequenza, caratterizzati anche dall'uso di forme verbali codificate dalla tradizione, il tutto eseguito secondo norme codificate, che divengono normative per tutti i partecipanti.
Uno dei principali studiosi del rito è stato Ernesto De Martino: secondo l'antropologo italiano il rito aiuta l'uomo a sopportare una sorta di "crisi della presenza" che esso avverte di fronte alla natura, sentendo minacciata la propria stessa vita. L'uomo affida al rito i momenti più critici della sua esistenza personale e della collettività di cui fa parte, infatti i riti divengono manifestazione di un desiderio o di una paura come la nascita, la morte, la guerra, il raggiungimento della pubertà. L'obiettivo che ci si pone, praticando il rito, si ritiene raggiungibile grazie all'intervento di divinità, spiriti o altre forze invisibili, cercando in esso la propria identità o quella della collettività a cui l'uomo appartiene.
Da decine di secoli l'essere umano ritualizza la morte, la forza della natura, la nascita...siamo quindi perfettamente in grado di farlo anche se le rapide trasformazioni della società moderna rendono difficile avere a disposizione il giusto tempo per interiorizzare, digerire e quindi rielabolare attraverso il rito i momenti fondanti delle nostre vite. Ridare forza al rituale è forse uno degli elementi più importanti in questo momento storico...

Non sono da interpretare, queste considerazioni, con le categorie del "morale-immorale" o "giusto-sbagliato". Sono semplicemente tentativi di schematizzare in maniera estremamente esemplificativa delle attitudini psicologiche e comportamentali dell'essere umano. Reazioni tipiche di donne e uomini, insomma, utili quando per un tempo circoscritto aiutano l'intero organismo a riprendersi, recuperare energia, riorganizzare il proprio sistema e ritornare a rapportarsi con l'ambiente circostante; ma quando queste reazioni diventano fisse, cristalizzate, ripetitive, automatiche la flessibilità necessaria all'essere umano per vivere nel suo habitat viene a mancare e aumenta il rischio di disagi psichici. E' necessario quindi potersi muovere continuamente tra queste tappe per ricostruire continuamente una nostra storia personale, con una narrazione dotata di senso che si snoda lungo tutto l'arco di vita. Qui lo descrivo meglio.

Apocalisse, guerra, insensatezza, ribaltamento di ruoli e luoghi: non è un caso che gli zombie (qui è possibile approfondire meglio) fin dal loro esordio cinematografico e letterario abbiano rappresentato il modo migliore per descrivere la società in maniera satirica; gli zombie diventano personaggi utili che si prestano bene alla caratterizzazione di un mondo che si sta capovolgendo rapidamente: l'essere umano passa dalla vita alla morte...per ritornare alla vita, ma condannato ad un'esistenza in cui "amare" e "fare esperienza" vengono sostituiti dal "cannibalizzare" e "vagare".

In questo senso la celebre serie "The Walking Dead" (vai qui per saperne di più) si sta mostrando come una metafora potentissima dell'apocalisse e rappresenta in forma pop quale reazione gli essere umani possano mettere in campo per contrastare la repentina avanzata dell'apocalisse stessa...o per adattarsi, forse, ad essa.
Proviamo allora a vedere come interpreta e come mette in scena i quattro elementi descritti sopra: la rabbia nei confronti dell'altro (il nemico), la famiglia e il focolare domestico, l'idea di un futuro migliore, il rituale.

1- La rabbia è forse l'elemento che meglio caratterizza il personaggio principale, Rick Grimes; ed è proprio con rabbia e diffidenza quasi paranoica (paranoia giustificata nella serie dalle interminabili trappole e tradimenti che il gruppo ha affrontato) che i protagonisti isolano il "noi" dal resto dell'ambiente circostante con confini davvero poco permeabili. L'"altro", lo zombie o l'altro gruppo umano, è una minaccia costante e come tale va continuamente ridotto ai minimi termini. Che siano zombie o altri gruppi umani il livello di allerta è altissimo e chi non lo rispetta andrà incontro ad una fine certa...la morte. Non viene lasciato spazio ad altre possibilità, la convivenza non è minimamente contemplata perchè rappresenta un rischio troppo alto. Chiunque intraveda un barlume di umanità nell'altro è un debole che mette a rischio tutto il gruppo. A dire la verità nella serie c'è un personaggio che riesce addirittura a convivere con i vaganti senza per questo essere dilaniata dal rischio corso. Si tratta di Michonne che tuttavia dovrà rivedere più volte le sue "abitudini" per adattarsi alle esigenze del nuovo gruppo umano di appartenenza che non prevede la presenza dei non-morti nel loro orizzonte di vita se non per quel che concerne il distruggerli e allontanarli.

2- Anche il concetto di "famiglia" nella serie TV succitata è ridotto ai minimi termini: non esistono nonne e nonni, non esistono zii e cugini e spesso i figli non hanno entrambi i genitori in vita (se non all'inizio della serie). Non ci si discosta insomma da una generazione e tutto il mondo apocalittico attuale è racchiuso in quella generazione lì. Lo stesso vale per il focolare domestico: nel susseguirsi delle puntate un luogo fisico viene chiamato "casa" raramente e con estrema cautela per evitare false speranze. Insomma, non c'è passato da tramandare, non c'è storia contemporanea da ricordare, le radici personali non esistono più e sembra (fino ad ora) non esista nemmeno più un posto duraturo a tal punto da piantarne altre. L'essere umano più piccolo e indifeso del gruppo, la piccola Judith sembra essere in vita più per una difesa disperata, estrema e incrollabile giorno per giorno da parte del gruppo che non per una consapevole fiducia in un futuro migliore o per la presenza di un luogo in cui essere al sicuro.

3- Poi c'è il "futuro", appunto. Un concetto che quasi scompare fin dai primi episodi: il presente è talmente preponderante da appiattire tutto il resto. Le comunità che fanno progetti per il futuro (come Woodbury o Alexandria prima dell'arrivo del gruppo) sono illuse e indifese...e capitoleranno presto. Persino i flashback più intensi o commoventi (la scoperta dell'Aikido e della sua filosofia da parte di Morgan per esempio) non sono che ricordi di qualche mese prima e non più lunghi di qualche settimana. Il resto del "prima" è ridotto a piccoli frammenti spesso ritenuti inutili e dannosi ai fini della sopravvivenza del gruppo. La religione è ridotta al personaggio forse più titubante e pavido (fino ad ora), padre Gabriel, che non ha la minima capacità di ricostruire un senso o un significato di un qualche tipo agli eventi. L'ideale politico nel mondo attuale, in pieno assedio zombie, è ridotto all'inutile sacrificio di Andrea o alla rugosa disperazione dell'ex membro del Congresso Deanna Monroe dopo che la realtà ha fatto irruzione nella sua idilliaca comunità. La Scienza, poi, non è da meno: in due casi con Rick e Abraham ha rappresentato una falsa speranza che portava solo maggiori pericoli al gruppo e nel caso di Abraham era una mistificazione vera e propria. No, nemmeno la scienza può dirsi caposaldo da cui poter ripartire a differenza di quanto succede ad esempio in "World War Z".

4- Il rituale infine.
Anche questo manca e manca quasi del tutto. La parte più sorprendente è che tale mancanza si palesa forse per la prima volta in uno scenario apocalittico cinematografico o letterario e forse rappresenta il segno più evidente del clima di paura e tensione che stiamo attraversando in questa particolare epoca storica.
In altre rappresentazione artistiche era sempre stato possibile scovarne una qualche traccia che nel bene o nel male, in maniera più o meno utile, segnavano le esistenze dei personaggi: il fuoco di segnalazione nel "Signore delle Mosche", i dialoghi quotidiani con i manichini in "Io sono leggenda", l'indimenticabile sig. Wilson in "Castaway"...persino l'ultimo e violento "Mad Max" ha richiami alla spiritualità, alla madre terra, all'acqua pur nella distorione di un mondo in cui le radiazioni hanno contaminato mente e corpi.
In The Walking Dead manca tutto questo, non c'è stato tempo e luogo per dare un senso a quello che sta accadendo e dunque non è stato possibile ritualizzare nulla. Nemmeno l'atto del piantare un coltello nel cranio degli zombie è diventato un atto rituale, anzi sembra diventare sempre di più un atto fisico sfiancante e doloroso man mano che la serie procede. Forse l'unico barlume di un qualcosa che possa assomigliare ad un rito è uccidere una seconda volta, colpendo il cranio, un umano già morto per evitare che possa trasformarsi in "vagante". Ma anche questa sembra sempre più un azione militare atta a minimizzare i rischi piuttosto che un atto rituale volto ad un sollievo psicologico.

Per concludere, "The Walking Dead" è in tutto e per tutto una produzione culturale statunitense e come tale è estremamente pragmatica ed essenziale...mostra l'apocalisse nella sua crudezza senza particolari orpelli filosofici sul significato della vita e della morte o su altri temi. Non da la possbilità di procedere ad un livello più profondo di analisi su quello che sta succedendo, non ha uno scopo "terapeutico" da questo punto di vista per nessuno dei personaggi e nemmeno per noi (in questo la serie Lost - qui ci sono maggiori riferimenti - si differenzia in maniera notevolissima) e non può permettersi di andare più a fondo...distoglierebbe troppe energie a chi è impegnato a sopravvivere furiosamente nel qui e ora.
A dire il vero una figura "terapeutica", colui che ha svolto il classico ruolo del "saggio e riflessivo", è stata rappresentata da Hershel ma solo dopo che ci sia stato un evento (la perdita della gamba) che lo aveva estromesso dalla battaglia quotidiana e solo dopo aver trovato un posto "sicuro" (la prigione) in cui sia stato possibile fermarsi a pensare. Ma è una figura che non dura a lungo; no...gli eroi di questa serie non possono permettersi un percorso terapeutico.
Essere assediati dagli zombie rappresenta un costante allarme, costante e spesso indefinito come l' allarme terrorismo che viviamo ora, e non ci da la possibilità di prenderci del tempo per noi e prenderci cura di noi. Rick, Daryl, Carl, Glenn ecc. ecc. sono in un loop, rischioso per la sanità psicofisica, in cui ogni atto di sopravvivenza porta alla necessità di altri atti di sopravvivenza e nella piramide dei bisogni (la spiegano qui) il benessere e la piena realizzazione di sé sono ancora molto, molto lontani.
Ma noi siamo davvero assediati dagli zombie come loro? Noi, davvero, non possiamo permetterci di andare oltre la mera sopravvivenza? Siamo davvero disposti a dare tutto questo potere al cosiddetto "allarme terrorismo" o "allarme migrazione"? Gli "altri" sono realmente zombie? Perchè una volta terrorizzati ed entrati nel loop del "semplicemente sopravvivere"...il prezzo da pagare in termini di benessere psicofisico è altissimo e non si torna indietro con facilità.

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